immagine Derecho a una vida sin violencia

035Ho ancora chiarissimi in testa i giorni di formazione prepartenza a Roma, in cui ho conosciuto gli altri volontari che sarebbero diventati i miei compagni di questa splendida avventura. La maggior parte di loro aveva già avuto esperienze di volontariato nel sud del mondo, e ricordo come ero impressionata dai loro racconti: storie pazzesche

050che mi sembravano irreali, e che mi spaventavano non poco; mi chiedevo come e se avrei potuto affrontare situazioni così emotivamente difficili… Ed ecco qui un piccolo resoconto di questi primi 3 mesi di Servizio Civile.
Io lavoro presso la Fondazione Maria Amor, a Cuenca, in Ecuador. E’ una casa di accoglienza per donne e figli vittime di violenza domestica, e per esattezza è la “migliore” delle 5 presenti in Ecuador, quella che le altre case di accoglienza prendono a modello perchè funziona davvero bene. Il tema della violenza domestica in Ecuador è molto grave, soprattutto a Cuenca, dove si stima che 7 donne su 10 abbiano subito violenza intrafamiliare nella loro vita. Avevo già lavorato in questo ambito in Italia, ma qui la situazione è completamente diversa…le donne che accogliamo hanno storie allucinanti che non avevo mai ascoltato ne letto su libri o quotidiani, anche peggio di quelle che sentivo raccontare dagli altri volontari durante la formazione e di cui non riuscivo a capacitarmi, e a cui invece mi sono dovuta abituare fin da subito. Donne, ragazze, ragazzine, nate e cresciute in famiglie violente, che “educano” i figli a suon di botte perchè è l’unica “educazione” che hanno ricevuto. Violenza psicologica, fisica, sessuale, economica tutte insieme; abusi sessuali intrafamiliari e incesti sono all’ordine del giorno, e questa è la cosa che più mi colpisce. In Italia le donne devono stare attente soprattutto alle aggressioni degli estranei, e spesso dei loro stessi fidanzati /mariti, ma la famiglia di origine è comunque un luogo sicuro. Qui invece sono proprio le famiglie di origine il luogo più pericoloso perchè le dinamiche familiari sono completamente disfunzionali (che è un eufemismo) e abituano le figlie a una violenza totale che loro naturalizzano e che naturalmente ritroveranno nella famiglia che poi costruiranno.
Ovviamente ciò non vale per tutte le famiglie ecuatoriane, ma per una buona fetta si. Questo è un paese estremamente “machista” e i diritti delle donne sono davvero scarsi. Le prime volte che ascoltavo i racconti di queste donne facevo fatica a trattenere le lacrime di tristezza, l’incredulità e la rabbia…ma poi magicamente “ti abitui” e ti focalizzi sul modo migliore per poterle aiutare, accettando (nel senso di prendere come dato di fatto senza ovviamente condividere) le usanze di questa particolare cultura, e cercando di mostrare e di far capire che ci sono vie di uscita e altri modi di amare, di essere amati, di educare i figli e di vivere. E’ bellissimo lavorare con queste splendide donne, che magari a 20 anni hanno già 3 figli e che effettivamente sono ancora delle bambine a cui è stata completamente negata l’infanzia, e che hanno responsabilità e doveri che io alla stessa età non sarei mai stata in grado di affrontare. Loro, e i loro figli, fanno una tenerezza infinita, così come altre volte ti fanno perdere la pazienza, ma fai un respiro e vai avanti, ricordandoti che te sei li per loro, e basta. Ed è una sensazione bellissima vedere come queste ragazze cambino, come diventino più forti, cominciando ad acquisire sicurezza e autonomia, fino a sentirsi pronte per lasciare la casa di accoglienza e affrontare il crudo mondo reale da sole.
Ovviamente le cose non vanno sempre bene, e spesso le donne, dopo aver trascorso un periodo vivendo nella casa di accoglienza, ritornano con il loro aggressore. E questo capita spesso soprattutto perchè queste donne non hanno una rete di appoggio (famiglia, amici) che le aiutino a cambiare vita. Nella maggior parte dei casi sono ragazze che non hanno studiato e che non hanno mai lavorato, che non hanno un soldo e che devono però mantenere più figli, ed è per questo che a volte pensano che la soluzione più “facile” sia tornare con l’aggressore. All’interno della casa di accoglienza hanno la possibilità di imparare a lavorare e guadagnare qualcosa, ma fa comunque paura l’idea di chiudere con il passato e andare avanti da sole, per cui ritornano con l’aggressore. E questa forse è la cosa più triste e difficile da accettare, perchè ti sembrava che davvero volessero uscire da questo ciclo della violenza infinito e credevi che ce l’avrebbero fatta…e invece no. E allora ti chiedi a che cosa serva il lavoro che fai, il lavoro che un’intera equipe di 30 persone fa ogni giorno, e subentra la frustrazione. Ma anche a questo mi sono abituata dopo poco tempo, capendo che non siamo delle maghe in grado di cambiare dal nulla vite colme di traumi e violenze…ma che comunque il nostro apporto è stato fondamentale perchè abbiamo messo un granello di sabbia diverso in queste loro vite. Perchè per un breve periodo queste donne e i loro figli hanno provato cosa vuol dire vivere in un ambiente non violento, magari hanno acquisito un briciolo di autostima e di amor proprio, magari hanno visto un barlume di speranza. Hanno imparato a condividere, a sorridere, a convivere, a rispettare e a rispettarsi. Per cui, anche se tornano a vivere con l’aggressore, loro sono comunque cambiate, anche se in minima parte…e forse, la prossima volta che la violenza scoppierà (perchè la violenza riscoppierà sicuramente) e loro scapperanno un’altra volta dall’aggressore, forse poi con l’aggressore non ci torneranno più.

Sarita.

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