Del mio meglio

Da ex Scout, fin da piccola mi è stato insegnato a fare tutto quello che è in mio potere per lasciare il mondo “migliore” di come l’ho trovato. E’ una citazione semplice ma che, inevitabilmente, rimane impressa nella mente di una bambina che si affaccia alle problematiche della società. Mi è stato insegnato che, seppur minimo, il mio contributo poteva esser importante, perché in fondo il cambiamento è fatto di tante piccole scelte. Crescendo, mi sono affacciata a delle realtà così diverse e complesse e dopo un viaggio entusiasmante e rivelatore in Palestina, ho capito cosa avrei voluto fare “da grande”, ovvero aiutare i rifugiati. Che detta così, poteva dire tutto o niente. Quindi, dopo anni di dubbi su cosa poter fare concretamente, ho cominciato ad intraprendere le prime esperienze nel settore e ho preso la grande decisione di andare dall’altra parte del mondo per mettermi alla prova una volta per tutte. Precisamente in Ecuador!

Prima di partire, avevo solo un’idea di dove si trovasse e di cosa potessi aspettarmi. Ma si sa, la realtà sa sempre stupirti. E devo dire… eccome se lo ha fatto. Questo piccolo paese ha, ironicamente, un’energia grande, potente.
L’esperienza che vivo nella ONG dove lavoro è a dir poco entusiasmante, seppur molto spesso complessa. Il nostro ruolo è di assistere ogni giorno persone che richiedono asilo in Ecuador nel processo del rifugio, integrazione e molto altro. Insomma, aiutiamo persone in cerca di protezione internazionale, soprattutto di nazionalità colombiana e venezuelana, che rappresentano quasi la totalità dei nostri utenti, a comprendere come difendere i loro diritti in un Paese che a volte può essere molto ostile.

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Da quando ho intrapreso questo tipo di scelta, anni fa, mi sono subito trovata a quello che considero il grande scoglio di chi lavora in questo campo: il senso di impotenza. Non si può aiutare tutti come vorremmo o spereremmo. Devo ammettere che, se c’è una cosa che questa esperienza in Ecuador mi abbia aiutato a fare (ovviamente ce ne sono più di una!) è accettare questo senso di impotenza e vederlo in maniera differente, oserei dire più sana. Semplicemente da quando sono qui e sono a contatto con così tanti beneficiari, ognuno con bisogni e problematiche differenti, ho fatto mia questa grande verità che già da piccola mi era stata insegnata. Bisogna a volte, rassegnarsi a fare del proprio meglio. E questo non significa gettare la spugna o dare un contributo minimo, bensì accettare i propri limiti e farne un punto di forza, essere pronti a oltrepassarli senza mai perdere di vista noi stessi. Significa fare tutto ciò che è possibile e nelle proprie capacità, imparare a cosa e chi dare precedenza ma senza dimenticarsi che ci sono allo stesso tempo anche altre persone che hanno bisogno di aiuto. Significa non essere troppo duri con sé stessi in una giornata “no” in cui sembra che le cose non vadano come previsto. Significa guardare a quello che ho scelto di fare non solo come un qualcosa di piccolo… perché in fondo il mio sforzo, messo insieme a quello di coloro che hanno fatto la mia stessa scelta, è veramente un contributo gigante. Alla fine di questo percorso, non posso non essere soddisfatta e con un sorriso pensare a quello che io e gli altri compañeros abbiamo raggiunto quest’anno, agli scogli superati e alle cose imparate.

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