CRONACHE SEMISERIE DALLA METÀ DEL MONDO: 1° PUNTATA

Liberando il flusso di coscienza: Chevre; full; ahorrita; nessun numero civico bensì le strade che inquadrano l’edificio di interesse; il fumo di scarico dei veicoli stile “Prima Rivoluzione Industriale”; el dolarito come standard per qualunque transazione commerciale; il clacson usato perché suona bene; i tassisti che chiedono le indicazioni al cliente; la yuca; la pasta con tempi di cottura diversi a seconda di dove ti trovi nel paese; dare un’indicazione sbagliata piuttosto che il disonore di ammettere che non lo sai; il Panecillo; l’aurora alle 6 e le tenebre alle 18; la Ronda; mattino in maglietta e sera in cappotto.

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     Skyline di Quito durante un comune pomeriggio, si noti il colle del Panecillo sullo sfondo le nubi da tregenda in avvicinamento

Riassumendo in una parola: Quito. Quasi 3000 metri di altitudine, un ellisse situato all’interno di una vallata, con tanti simpatici vulcani attivi a farle da corona. In una delle cuadras (rioni) verso nord, lungo la trafficata via Colon si trova un moderno condominio, dotato di guardia giurata (se siete fortunati è Angel, che ti apre la porta quando ti vede arrivare; viceversa, uno degli altri tre infami che finge di non conoscerti anche se passi lì davanti tre volte al giorno come minimo) e ascensore. Al quinto piano dello stesso, interno 51, in un luminoso appartamento, insieme a tre fanciulle, colleghe civiliste, vive il sottoscritto.

Parliamoci chiaro. Se anche solo 6 mesi fa mi avessero detto che avrei trascorso un anno vivendo a Quito, Ecuador, avrei come minimo aggrottato le sopracciglia. Poi, sai com’è, uno fa domanda un po’ così per provare, poi tra un colloquio e una telefonata nel cuore dell’estate, finisce per doverci andare davvero a Quito, in Ecuador. Ricordo ancora la meraviglia nell’immaginarmi là, in canottiera, tra le palme, sole h24, 365 su 365, impegnato non si sa bene come ad aiutare i rifugiati in cerca di un’alternativa di vita. Che spettacolo.

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“Quito non fa’ la stupida stasera”, novembre 2016, foto su vetro, artista sconosciuto

Oggi, a poco più di un mese dal mio arrivo, come l’uomo ritratto da Friederich, contemplo la vastità, nel mio caso, della distanza tra le aspettative e la realtà. Nessuna palma ma un’avventura, nel senso più pieno del termine. Dico sul serio, ogni aspetto della quotidianità presuppone per me una sfida: dal clima che sembra concepito apposta per distruggermi all’acqua di rubinetto che si può derubricare alla voce “armi chimiche”, passando per il condividere camera con una donna per finire al lavoro. Quella piccola, insulsa cosa che sarebbe anche il motivo principale per cui sono (siamo) qui.

Rispetto a questo non posso né voglio dilungarmi troppo. Primo perché non mi va di annoiarvi, secondo perché non sono ancora calato full nelle attività. Giusto per darvi un’idea, il mio progetto consiste nell’assistenza legale ai migranti, in maggioranza colombiani; è seriamente impegnativo e la minuziosa conoscenza della legge immigratoria ecuadoriana è solo una delle skills che richiede.

In attesa di aggiornarci alle prossime puntate (se sopravvivrò ce ne saranno) vorrei condividere con voi, con tutti voi, che siate volontari in servizio civile o persone con una vita soddisfacente, un pensiero, un motto, che ripeto a mo’ di mantra ogni mattina, appena sveglio. Per voi sarà una pratica di empatia, per me un’ulteriore iniezione di volontà:

“Per aspera, ad astram”.

Leo

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    La Mitad del Mundo: una baracconata turistica, 3,50 € per vedere un monumento di 30 mt che celebra la linea equatoriale che passa 200 mt più in là. Non andateci.

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