Condensato di shock culturale

12 giorni di attività sul campo. Una doccia. Non so quanti chilometri in pickup su strade che in realtà sono sentieri. Ritmi stravolti: sveglia alle 5.00 ogni mattina (incluso sabato e domenica) se non alle 4.30 e la sera a dormire alle 20.00. Colazioni a base di: riso, patate, pollo e verdure sconosciute, delle quali per favore non chiedetemi i nomi perché non me li ricordo.

lucia vent

Piedi congelati ogni sera che non ti fanno addormentare. Guanti e berretta di lana indossati la mattina mentre si prepara la colazione e si lavano i piatti con acqua gelata. Insolazione il primo giorno che ti serve da lezione, il secondo giorno già capisci che il sombrero è d’obbligo se non vuoi ustionarti, ecco perché qui lo indossano tutti. Raffreddore che mi ha tenuto compagnia fino alla fine, accompagnato dalla comparsa dell’immancabile herpes. Mi sono ritrovata a spellare una gallina intera alle 5.00 di mattina, raccogliere miele da un alveare vivendo attimi di puro terrore mentre sciami di api ronzavano davanti alla mia faccia. Ho giocato a pallavolo con dei bambini che erano cento volte più bravi di me nonostante avessero solo sei anni e mi domando come facessero ad allenarsi in una comunità spersa nel nulla nella quale di un campo da pallavolo non c’è la minima ombra.

A 4.000 metri ho raccolto e mangiato le migliori pesche che abbia mai provato in tutta la mia vita. Per la prima volta ho assaggiato i tuna, che no, non è il tonno come la parola potrebbe far pensare ma i fichi d’india, amandoli all’inizio e odiandoli dopo qualche giorno, trovandomi costretta a mangiarne una quindicina in un colpo, perché nelle comunità di campesinos non si può rifiutare la comida (pasto). Alla fine del campo non potevo più saperne di riso, choclo (mais), pollo e patate.

E sapete una cosa? Ho sorriso al pensiero che ogni volta che vado a vivere per un periodo all’estero, vado sempre a finire in luoghi dove si mangiano un monton di papas! Prima Finlandia, poi Germania e ora qui in Perù. Quindi per favore quando torno, non fatemi vedere patate per un bel po’!

I miei occhi si sono riempiti di verde, di povertà e semplicità. Sono stati abbagliati dalla luce e dal cielo blu che solo le montagne e l’aria pura e rarefatta sanno regalare. Nella bellezza dei paesaggi che ho contemplato, ho cercato di comprenderne l’asprezza e le difficoltà che i suoi abitanti incontrano nel vivere in luoghi tanto belli quanto complicati. Mi è sembrato di tornare ai tempi di quando facevo la scout: ho cucinato sul fuoco perché il gas qui non esiste, e gli occhi hanno iniziato a lacrimare per il fumo intenso. A fine giornata i miei capelli odoravano di quel forte profumo.

Ho vissuto attimi di frustrazione per non riuscire a comunicare con persone che parlano solo quechua e non castellano. Allo stesso tempo però, nonostante il mio spagnolo sia ancora estremamente basico, ho fatto il mio primo sogno in spagnolo. Una notte mi sono svegliata di soprassalto con una sete pazzesca, avevo appena sognato di mangiare una piadina con crudo, squacquerone e rucola che la mia hermanita Giulia mi aveva preparato. Era venuta a trovarmi portandomi una valigia piena del cibo che più extrano: crudo, grana e mozzarella.

Nei giorni sul campo mi sono commossa dinanzi alla generosità della gente che ho incontrato in queste comunità, persone che pur avendo poco sono disposte a compartir (condividere), offrendoti generosa comida e aprendoti le porte delle proprie case. Compartir è il motto di questa gente, non competitir (competere).

Dopo dodici giorni avevo voglia di tornare a casa, e per casa intendo la mia casetta di Cusco. Avevo voglia di rivedere i miei coinquilini e tornare alla routine della città. Anche se non posso negarlo, dopo dodici giorni spersa nel nulla, tornare in città è stato uno shock. Sognavo una doccia, il mio comodo letto, un panino con palta e queso (avocado e formaggio) e un buon cappuccino, eppure non so perché ma dopo qualche giorno già ho sentito nostalgia di quelle verdi montagne. Si vede quanto le montagne siano per me un vero richiamo e un bisogno primordiale?

Lucia, Casco Bianco FOCSIV a Cusco, Perù.

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