CALEIDOSCOPIO

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Mi sveglio alle 6.15 del mattino, la luce entra dalla finestra senza tenda e la mascherina in raso verde petrolio e nastrino fuxia che mi ha regalato Leticia quando sono arrivata a Quito (Bienvenida alla sobrietá del Sudamerica!) non puó nulla contro il giorno che bussa impertinente al mio sonno. Sbircio con un occhio mezzo aperto il clima loco di questa giornata. Dopo due giorni in cui ci siamo illusi fosse arrivato, dopo quintalate di pioggia a secchi, il tanto atteso verano, pioggerella e vento gelido accompagnano i ritorni a casa dei notturni tardi pomeriggi quiteñi da mercoledí. Tra il vetro e l’edificio di fronte, nebbia e nuvole grigie. Sembra novembre. La mia sveglia é puntata per le 7.15, manca un’ora, pensando che il clima fa in tempo a cambiare almeno tre volte mi giro sistemandomi i tappi nelle orecchie, i clacson di Avenida Colón sono giá bién despiertos, e mi tiro la coperta di alpaca sulla faccia.

Ieri sera sono stata in una galleria d’arte vicino casa, alla presentazione del portfolio di un’artista dal curriculum che mi aveva incuriosita. Fin’ora, la charla más interesante da quando vivo a Quito. E il mio cervello non si ferma un attimo. Ho gli occhi serrati e il corpo tutto nelle braccia di Morfeo, ma nella mia testa ho un concerto rock di idee e pensieri.

Le informazioni assimilate ieri sera, gli stimoli, il vedermi in un certo senso allo specchio nel punto di vista di una persona che viene dall’Ecuador ma vive e lavora in Italia, in Europa, la mia casa primaria, il luogo che prima di ogni altro ha formato l’essenza di ció che sono oggi. Rosa Jijón é un’artista, attivista e operatrice culturale che vive ‘dentro’ questo spazio fisico, filosofico, storico e politico ma viene da ‘fuori’. Viene da un luogo di altri simboli, di altri spazi, di altre conoscenze, di altre storie, di diverse interpretazioni. Ha occhi diversi per l’analisi del contesto. Viene dal mio adesso, e vive nel mio sempre. Molto del lavoro che ci presenta é frutto degli avvenimenti di cui il vecchio continente é stato ed é testimone ma anche protagonista, in un’ ottica di revisione della storia nel senso di ricerca dell’attualitá in ció che é giá stato. Sono l’unica italiana in sala, e mentre nelle mie orecchie risuonano i nomi di cittá, di spazi, di progetti, di resistenze, di racconti, sul muro scorrono immagini che mi fanno sentire per la prima volta, forse data la distanza geografica, spettatrice del mio mondo.

Negli stessi vortici sopra le mie orecchie, si mischiano si contaminano e si intrecciano progetti per l’ufficio, l’articolo su Macao letto su Internazionale l’altro ieri, un chiodo fisso di un luogo meraviglioso e abbandonato nel centro del posto in cui sono cresciuta, un gruppo di ex colleghi fra cui molti amici, entusiasti concreti e che come si dice in Romagna ‘si fanno il mazzo’ ognuno a modo suo e spesso insieme per rendere la mia cittá un luogo piú vivo, piú pulsante, piú sociale (e non nel senso di social), il progetto Unsettled che mi é capitato di scoprire ieri e che mi stuzzica con la proposta di un mese a Buenos Aires e di tempo e persone e contatti e creativitá e sollecitazioni, l’idea di scrivere un libro, Elisa Mara e Meli, educazione migrazioni e idee sparse, l’iscrizione ad una pagina per scrivere articoli di viaggio come freelance, quel sentire espresso a Lilia ieri sera del non aver ancora trovato quello che sono brava a fare, la sensazione che mi ha presa l’altro ieri che non so se so dove sto andando, i casi cosí diversi e per diverse ragioni frustranti entrambi di due ragazzi che ho atteso ieri, yemenita uno e colombiano l’altro, i pezzi per il blog del servizio civile che avrei dovuto scrivere da mesi e che giacciono in mille documenti mai finiti come quelli per il mio blog personale, le cartoline che tanto reclamano da casa, quella scintilla che mi scatta sempre quando sono in viaggio e mi fa uscire fiumi di parole che si rincorrono per essere messe su carta prima di scivolarmi via come la corrente e che fin’ora non é scattata, o forse é che le parole sono cosí tante, cosi tanti gli argomenti di cui potrei scrivere, cosí tanta la meraviglia che non sono riuscita fin’ora ad arginare il flusso di pensieri per metterli in ordine e dargli una forma comprensibile ai piú, non solo ai miei sospesi diari di viaggio, il piano annuale de los Encuentros de Mujeres da consegnare, gli inviti per il Día del Refugiado da finire di disegnare, la campagna di HAPE che mi devo ricordare di finanziare, un progetto fotografico da realizzare, passaggi linee frontiere, l’elenco dei posti ancora da vedere……….

A volte basta un attimo. D’indecisione o di decisione.

A volte basta la persona giusta. Un ponte oceanico tra il mio qui e il mio la.

A volte bastano le parole giuste. Una superficie uguale su cui ti vedi riflessa diversa.

L’arte. L’impegno. I miei studi. La politica. Le persone. Scrivere. Organizzare. Creare.

Quella gratitudine immensa alla vita, non c’é posto in cui sento che dovrei essere in questo momento piú di quello in cui sono.

Quella voglia nitida di stare un po’ a casa, che non ricordo di aver mai avuto.

Quell’impellente necessitá di continuare a camminare il mondo.

Mettere in fila. Forse, capire.

Scatta la sveglia e corro in cucina. Nonostante il cervello sveglissimo da un’ora, mi sento in coma. Devo dire a Leo che non si prepari il pranzo per l’ufficio, che oggi abbiamo cuidado d’equipo. Buongiorno buongiorno! Io e la riga del cuscino sulla mia faccia gli facciamo venire un colpo, arrivo sempre in cucina lavata e stirata e lievemente piú propensa ad interagire con il mondo di quanto non sia appena mi trascino giú dal letto. Bicchierone di acqua, e lo sommergo di parole. Nell’unico secondo in cui prendo fiato riesce timidamente a dire ‘mah, mi sembri …ehm…sveglissima!’. Mentre continuo imperterrita tra moka sul fuoco, yogurt, granola, piña cortada, licuadora che si rompe, succo, spugna, recepisco la sua frase e la sua faccia, non posso sorridere troppo perché gli sto sbrodolando a velocitá supersonica tutto quello che ho imparato ieri sera, tra passaporti mediterranei, mappe e progetti nazifascisti di prosciugamento del mare, más l’ultima ora di festa sfrenata a cui ho assistito nella mia testa, más un paio di proiezioni sul mio futuro lavorativo che produco nel momento stesso in cui gliele cuento, ma mi si dipinge chiara in mente l’immagine delle prime tre mattine nella cucina di Casa Colón, Quito, Novembre 2016: Leo che entra tutto carino e coccoloso in cucina, baci e abbracci e ‘Buongiorno Serena! Dormito bene?’ e io che rispondo a monosillabi rigiditá e grugniti, finché alla terza mattina dato che ancora non l’ha capito e non posso tirargli il pugno che vorrei perché le prendo di brutto gli spiego chiaro e tondo che ‘LAMATTINAPRIMACHENONHOPRESOILSECONDOCAFFÉNONMIDEVIPARLARE!!!’.

7 mesi e 15 giorni después…quante cose sono cambiate!

Continuo il racconto e Leo mi ascolta paziente, sant’uomo, finché dopo avere espresso il pensiero che forse quello che dovrei fare é iscrivermi ad un corso di quelli davvero buoni di progettazione, per rendere reali e produttive anche solo un quarto delle mille idee che mi saltano in mente giornalmente, si gira e come se mi stesse chiedendo di passargli il sale mi dice una delle cose piú belle che qualcuno mi abbia mai detto ‘Tu hai un cervello caleidoscopico, brava Serena, sono proprio d’accordo con te! Con tutte le idee che hai, con il tuo sguardo a largo plazo, con la tua organizzazione, se non impari a scrivere bei progetti te non so chi potrebbe farlo!’. Lo guardo, rimango con la bocca aperta ma chiudo il becco per un attimo.

Leo non é un ragazzo dalle molte parole, ma questa mattina me ne ha davvero regalata una bellissima. Un caleidoscopio é la cosa piú vicina alla rappresentazione che io stessa darei delle idee e dei pensieri che si rincorrono nella mia testa, e non ci avevo mai pensato. Come quasi sempre accade gli altri ti vedono molto piú nitido di come tu vedi te stesso. E iprovvisamente mi sembra che alcune delle mille parole che gli ho riversato addosso acquistino un senso nel cerchio della mia vita, come magici pezzi di un puzzle che iniziano lentamente ad incastrarsi. L’altro ieri non sapevo dove stavo andando, stamattina forse ho trovato un cammino. Un anno intensivo ed intenso, quello del mio servizio civile. Un anno di quelli che forse fanno la differenza.

É uscito il sole.

E alle 8.20 del mattino, ho giá messo il biglietto di oggi nel mio barattolo della felicitá.

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