BUENAVENTURA: LA SPERANZA E’ DONNA

Settembre 2014: dopo una lunga attesa, finalmente giunge il momento di partire per le vacanze. Meta: Colombia. Da sempre sognavo di vedere le balene, che proprio in quel periodo migrano verso Sud per riprodursi, quindi convinco la mia compagna di viaggio a recarci presso Buenaventura, capoluogo del Dipartimento del Valle del Cauca, bagnata dall’Oceano Pacifico: da lí si possono raggiungere siti d’avvistamento. Appena arrivate, la cittá ci osserva incuriosita: nemmeno un turista, un crescente via vai nella zona portuale. Le casette colorate sormontano le colline, ma la gente non sorride: tutti si muovono veloci ed apparentemente indaffarati. Non ci si ferma, l’atmosfera non é delle piú accoglienti. Salite sull’imbarcazione che ci porterá in un piccolo villaggio sulla costa, accessibile solo via mare, ammiriamo la bellezza del paesaggio: la costa dai profili frastagliati, ammantata di mangrovie.

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Ad un certo punto, l’imbarcazione si ferma a lato di una gigantesca lamiera che affonda nell’acqua. In risposta ad un richiamo del timoniere, questa si apre ed inizia uno scambio, suppongo di combustibile. Il panorama intravisto mi lascia senza fiato: palafitte di legno, paglia e lamiera, ricoperte con oggetti ritrovati chissá dove, montagne di rifiuti in cui scorrazzano topi, bimbi nudi e sporchi, uomini ubriachi e donne impegnate a trasportare viveri. Si richiudono le lamine, ma rimane aperta una questione: ció che ho visto é frutto della povertá e della discriminazione verso la popolazione afrodiscendente, o c’é qualcosa di piú?

Ottobre 2015: inizia la mia esperienza di Servizio Civile, a Quito. Mi cimenteró nel ruolo di Assistente Umanitaria presso HIAS, un’organizzazione che si occupa di fornire servizi alla popolazione bisognosa di protezione internazionale. Il primo caso che mi si presenta é quello di una coppia, vittima di minacce ed estorsione da parte di ex paramilitari, ricostituitesi in banda criminale (in generale, i gruppi di questo tipo si definiscono BaCrim) a seguito del disarmo e discioglimento del battaglione. Mi raccontano delle casas de picada, dove si pratica lo smembramento di persone, ancora vive, che non hanno compiuto quanto richiesto dagli affiliati, ed i cui resti vengono lanciati nel mare e ritrovati fra le mangrovie. La coppia viveva a Buenaventura.

Foto Manglares

Novembre 2015: finito il lavoro, sfido il traffico per partecipare ad un incontro che si realizzerá presso la biblioteca di un istituto ecutoriano che si occupa di studi migratori. Mi hanno detto che parteciperá un gruppo di donne proveniente proprio da Buenaventura. Quando entro nella sala, lo spazio é gremito. Mi accoccolo ad una parete, ed inizio ad ascoltare. Si presentano, oltre a cariche istituzionali, alcune signore, membri dell’associazione “Red Mariposas de Alas Nuevas Construyendo Futuro”, che unisce donne vittime di violenza di genere, ancor piú accentuata dalla presenza di paramilitari, nonché di bande criminali militarizzate, che utilizzano l’abuso sessuale come metodo di controllo e sfollamento. Sono loro.

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Guardo queste donne: una ha il viso giovane segnato dalle cicatrici, una mantiene il volto basso e le mani adagiate sul grembo, l’altra porta i segni delle molestie persino sulle braccia. I colori sgargianti degli abiti non offuscano il carico di dolore che ciascuna porta, forse custodisce. Eppure, sono belle. Belle perché la sofferenza le ha lacerate, ma non sottomesse. Belle perché, nonostante i lutti, le vessazioni, l’ineluttabilitá di un destino avverso senza colpe, si sono rialzate, sempre, e hanno trovato quella forza, quella spinta a reagire. Sono belle.

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E’ il sapore della condivisione, della solidarietá, della fede nell’umanitá, proprio laddove se ne potrebbe giustificare l’assenza. Una di loro prende la parola, sorride; racconta, con determinazione, di come donne vittime delle peggiori barbarie si siano unite, convinte di poter migliorare la loro cittá, il futuro delle loro famiglie, delle famiglie delle altre quando la loro, purtroppo, non c’é piú. Con la consapevolezza di chi ha cercato tante volte di far pace con l’irrimediabile, ma sempre con quel sorriso ad illuminare il volto, afferma che la strategia vincente per loro é il comadreo, ossia la creazione di circoli nei quali, fingendo di espletare compiti femminili (quali il tessere, cucinare, accudire i bambini), si condividono storie, si trasmettono informazioni, si vigila sulla salute delle altre e si organizzano accompagnamenti sotto copertura presso le strutture di cura. Di nuovo, sorride. E’ il sorriso di chi ha perso tutto, persino un figlio, ma crede ancora che si possano costruire alternative. Non lo fa per se stessa, dice, ma per le altre: per offrire una speranza. Sento che la vorrei abbracciare.

 

“El comadreo significa respeto, unión, solidaridad… es un pacto, todas somos comadres con la obligación de cuidarnos y multiplicar lo que aprendemos en la red… es un esfuerzo por romper el miedo y recuperar nuestras costumbres”
Testimone di “Red Mariposas con Alas Nuevas Construyendo Futuro”,
Associazione vincitrice del Premio Nansen-ACNUR 2014

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In Colombia, le donne rappresentano il 51,2% del totale delle vittime degli sfollamenti causati dal conflitto interno. Analizzando i delitti contro l’integritá sessuale, peró, risultano l’86%. Le cifre sono talmente spaventose da aver indotto la Corte Costituzionale, nel 2008, a riconoscere le donne come categoria soggetto di protezione speciale. Nel caso specifico di Buenaventura, l’ONU ha manifestato pubblicamente la sua preoccupazione nel marzo del 2015, poiché la violenza sessuale é utilizzata come strategia per assicurare il controllo del territorio, sottolineando inoltre la relazione fra questi abusi e l’omicidio delle vittime, principalmente d’etá compresa fra i 12 ed i 35 anni.
La violazione di tali diritti é ancora piú forte a Buenaventura a causa della sua posizione strategica: si tratta, infatti, di un territorio ricco di minerali nel sottosuolo. É, inoltre, il principale porto commerciale del Paese sulle sponde dell’Oceano Pacifico (di qui si muoveil 55% delle esportazioni a livello nazionale) ed offre un acceso preferenziale al trasporto marittimo/fluviale di merci legali e (soprattutto) non. Si insinua, quindi, il dubbio circa le reali motivazioni dell’impunitá: sembrerebbe che si voglia permettere che la zona portuale rimanga disabitata e si possa procedere, indisturbati, alla vendita di lotti, in vista dei lavori di miglioramento del porto, futuro snodo dei commerci con i Paesi del Pacifico (in particolare, le economie emergenti dell’Asia), i cui appalti saranno gestiti dai gruppi illegali presenti ed invischiati con le autoritá locali. Inutile dire che, come successe in Italia con le mafie, l’assenza dello Stato spinge centinaia di giovani ad arruolarsi nelle file di tali gruppi criminali. Inoltre, si deve tenere in considerazione che v’é un’opposizione fra la zona rurale, occupata dalle FARC-ELN, rispetto alla zona urbana, in mano ai paramilitari e, piú recentemente, alle BaCrim, quali “Los Urabeños” e “La Empresa”, che peraltro si contendono il monopolio del territorio. Basti pensare che in tale zona, secondo le stime di Human Rights Watch, solo nel 2013, sono state 13000 le persone forzate a spostarsi.
La risposta a questo problema non puó essere la militarizzazione dell’area, bensí l’investimento in politiche sociali ed educative che permettano alla popolazione l’accesso ai servizi. A questo puntano le donne con le ali, che hanno saputo affrontare correnti avverse ed ancora credono di poter raggiungere rami piú alti, fiori nuovi.

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