Bienvenidos a la comunidad nativa de San Gabriel

Come ci si immagina che sia una comunità indigena? Be’ almeno qui, lungo il Río Marañon ,le strutture che costituiscono una comunità sono molto simili tra loro ma, forse, non come tutti si immaginano. Quindi, se vi aspettate storie di gonnellini e cerbottane questo articolo forse vi deluderà o, forse, vi farà viaggiare in maniera diversa sulle rive del fiume. Per comodità di spostamenti infatti, perché rappresenta una fonte di sopravvivenza e un fortissimo legame culturale, le comunità o la maggior parte di esse si trovano lungo le sponde del fiume.
Le comunità della Federazione Indigena con cui lavoriamo (ACODECOSPAT) si trovano nel bacino del Río Marañon. Da Iquitos quindi ci spostiamo in macchina lungo l’unica strada che esce dalla città in direzione Nauta; lì ci aspetta l’Apu Alfonso, il presidente della Federazione, con la sua barca: una barca in legno, a pelo d’acqua con due motori peque peque (nome onomatopeico che deriva dal rumore che fanno). Quindi c’imbarchiamo e risaliamo il fiume diretti alle varie comunità.
Il viaggio può durare diverse ore (dove per “diverse” s’intende 12 ore in media) ed è sempre condito da qualche piccolo inconveniente: rimanere fermi per ore nel bel mezzo del fiume perché c’è un temporale talmente forte che non si vede dove si va visto che si utilizza solo una torcia a mano durante la notte, scontrarsi con un tronco trasportato dal fiume e rimanere incagliati a farsi mangiare dalle zanzare, scoprire che la barca imbarca acqua…ma appena arrivati l’accoglienza nelle comunità è sempre favolosa.
Una delle comunità in cui siamDSCN1412o andati con il CAAAP per fare un taller informativo si chiama San Gabriel e l’Apu si chiama Umberto, ogni comunità indigena ne ha uno ed è il presidente della comunità, un vecchino secco con il sorriso stampato sulla faccia piena di rughe scavate dal sole che in quei tre giorni ci ha accolto, sorriso e fatto mangiare fino a scoppiare. Una delle ultime sere, forse a causa del fatto che molti partecipanti al taller non erano venuti, il piatto era formato da: strato di riso bianco, strato di fagioli, pasta condita, pezzo di carne di vacca, uovo e banane, un castello gigante di cibo e la moglie ci voleva anche convincere a fare il bis….
La sua comunità è costituita da circa venticinque famiglie; le case sono tutte rialzate dal terreno come delle palafitte perché durante il periodo in cui il fiume cresce la comunità si allaga. Questa è un altra costante di quasi tutte le comunità di questa zona, durante i mesi di piena il fiume aumenta la sua portata e cresce di livello tanto da inondare varie zone di selva.
Tornando alle case, sono rialzate, in legno con dei buchi al posto delle finestre e della porta e con il tetto fatto di foglie di palme intrecciate. Solitamente non ci sono divisioni delle stanze ma c’è una stanza principale dove si mangia e dove ci si riposa con un’amaca durante le ore calde del giorno e poi con un telo si divide la parte della casa nella quale si dorme.
La cucina invece si trova alle spalle della casa, all’esterno perché si cucina tutto con la legna, non esiste gas e, spesso, nemmeno elettricità o almeno non tutto il giorno.
Oltre alle case, nelle comunità non può mancare un campo da calcio che si trasforma all’occorrenza anche in campo da pallavolo e che sta proprio in mezzo, come una grande piazza d’erba. C’è sempre anche una scuola. Le comunità più piccole come San Gabriel hanno solo la scuola inicial, la nostra materna o scuola dell’infanzia, e la scuola primaria equiparabile alle nostre elementari. Per proseguire con gli studi i ragazzi devono spostarsi in altre comunità e questo rappresenta un costo per le famiglie ma anche una difficoltà giornaliera per l’alunno nel raggiungere la scuola in barca. Molte comunità poi hanno problemi con le strutture scolastiche: infatti lo Stato ha costruito grandi strutture in cemento, scuole nuove, ma senza considerare il fatto che queste comunità per sei mesi l’anno sono inondate e l’acqua sommerge i banchi tanto che diventano inutilizzabili e rimangono degli scheletri nel bel mezzo della selva.
Quindi per immaginarsi una comunità si deve pensare ad uno spazio verde per il campo di calcio e tutte le case che lo circondano. La vita all’interno della comunità scorre tranquilla, i ritmi sono totalmente diversi, ci si sveglia presto alle cinque della mattina con il sorgere del sole e si inizia a lavorare la terra se si è nei mesi in cui il fiume decresce o si va a pesca nei mesi in cui non si può coltivare; in selva baja si coltivano yuca, platano, papaya, riso e si allevano polli; poi si raccolgono molti frutti delle palme come l’aguaje o di altre piante come il camu camu un frutto acidulo che però ha molta più vitamina c di un’arancia.
I campi si lavorano sino alle nove o le dieci della mattina, poi il caldo e l’umidità diventano troppo forti e pressanti e si torna a casa e si rimane a parlare, a cucinare o riposare sino alle prime ore del pomeriggio quando il caldo si attenua un po’; le comunità poi o almeno molte di esse non sono collegate al servizio elettrico e non hanno nemmeno generatori quindi al tramonto, alle sei del pomeriggio si è al buio;almeno per noi è un bene perché si può ammirare un cielo stellato favoloso visto che non ci sono luci che disturbano l’occhio e che non ce ne sono nel giro di chilometri. Con il calare del sole si cena, ci si difende dall’assalto delle zanzare sventolando una maglietta per scacciarle e si va a letto molto presto chiudendo bene la zanzariera.
Una comunità indigena rappresenta bene il significato di comunità che si incontra in un dizionario “Insieme di persone unite tra di loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni”, perchè anche con i problemi che si hanno in qualsiasi gruppo di persone, si trova senso di condivisione della vita e del lavoro che si impara da piccoli. A San Gabriel ad esempio i bambini, ed erano molti almeno una dozzina tra i dieci e i cinque anni, giocavano tutti insieme con una sola bicicletta tutto il giorno e nei tre giorni in cui siamo stati lì non c’è mai stato un litigio, mai uno spintone per accaparrarsi la bici come sarebbe stato normale, ma si alternavano uno con l’altro senza nemmeno sapere a chi in realtà appartenesse la bicicletta.DSC07641

Questo non significa che una comunità sia il paradiso anzi ci sono molti problemi, da un lato alcuni giovani vanno a studiare all’Università e non fanno ritorno nelle comunità o molti padri di famiglia vanno a lavorare lontano e quindi nella comunità l’età avanza. Inoltre le comunità lungo il Marañon soffrono di una pratica che attacca soprattutto giovani e giovanissimi, la tratta di persone verso le città: ragazzi che vengono portati via da persone apparentemente affidabili con la promessa di un lavoro che si rivela essere sfruttamento di vario tipo, i genitori possono accorgersi dopo mesi e non avere idea di dove sia finito il figlio o la figlia e uno dei talleres che abbiamo seguito serviva anche ad informarli e a metterli in guardia riguardo al fenomeno. Nelle comunità vicino i centri petroliferi che proliferano nella regione di Loreto, si sono moltiplicati i casi di alcolismo e di prostituzione insieme ai problemi ambientali e di salute per le persone che subiscono i disastri provocati dall’industria petrolifera e che spesso non possono curarsi adeguatamente contro malattie che la medicina tradizionale non prevede vista la lontananza dei centri medici. Ci si trova quindi a metà tra una collettività legata alla terra, al fiume e agli spiriti della natura e i problemi derivati dal cambiamento fisiologico della società e quindi all’importanza di conservare l’identità, la cultura, la lingua indigena senza però rimanere in completo isolamento.
Quindi, niente gonnellini o balletti, ma, a volte, capita di vedere qualcuno che si porta la cena a casa, machete sulla spalla, carabina alla mano trascinando per la coda un animale dal naso lungo che diventerà un gustosissimo piatto di non meglio specificata carne de monte…

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