4-4-2. Il gioco più bello di tutti.

otto segno

 

La Fondazione “Proyecto Don Bosco” nasce ad Ambato nel 1998 per offrire un sostegno ai bambini che vivono gran parte del loro tempo per strada lavorando. Oggi si occupa principalmente del sostegno allo studio, al gioco e all’alimentazione di minori in caso di disagio economico, affettivo e sociale.

Ambato, terra dei fiori e della frutta, è il capoluogo della provincia di Tungurahua, regione centrale dell’Ecuador. Lo sviluppo avvenuto negli ultimi decenni è stato notevole, si può percepire dalla continua estensione a macchia d’olio della periferia dovuta al forte flusso migratorio proveniente dalle zone rurali e dal potenziamento economico del centro storico. In quanto capitale amministrativa, accoglie, oltre ai 350.000 abitanti, migliaia di venditori che tutti i giorni partono dalle zone limitrofe per vendere i loro prodotti in città. Accoglie venditori ambulanti, prodotti e soprattutto prole.

Lavorare con i bambini comporta l’accettazione del fatto di dover rispondere continuamente a domande; bisogna sapere perché il mare è blu, perché di notte non c’è il sole e se anche lui va a dormire indossando il pigiama come noi. Lavorare con i bambini di Ambato comporta l’accettazione del fatto di dover rispondere soprattutto a noi stessi oltre che a loro. Al perché siamo in Sudamerica, al perché proprio in Ecuador, se ci manca casa nostra e se abbiamo una mamma, e soprattutto al perché alla nostra veneranda età non abbiamo almeno due figli per mano e uno tenuto sulla schiena grazie ad una coperta, evidente segno che delinea che la mamma lavora e il piccolo non sa ancora camminare. Ah, chiaramente bisogna sapere anche la storia del sole e del pigiama perché, se si strizzano bene gli occhi i bambini si somigliano un po’ tutti, senza cadere però nel tranello di crederli tutti uguali.

Quando ho letto sul progetto FOCSIV che il 30% della popolazione nazionale è composta da persone di età inferiore di quindici anni di età ho cercato di immaginare la proporzione con cose semplici. Tipo; il 70% del globo è composto da acqua e  il restante è terra, io però l’oceano non lo avevo ancora mai visto prima di venire qui, allora ho cominciato a pensare alla percentuale di carica della batteria di un cellulare. Inutile dire che la percezione è facilmente falsabile dall’esigenza del telefono che si ha in quel determinato momento, che è inversamente proporzionale  alla carica stessa. Insomma se il telefono ci serve il 30% di batteria è pochissimo, deduco chiaramente che quando ho provato ad immaginare quanti bambini ci fossero in questo Paese necessitavo urgentemente del cellulare. Per questo quando ho visto incarnarsi il numero, quando l’ ho visto correre per le strade con lecca-lecca e ghiaccioli in mano ne sono rimasta sorpresa e ho pensato di non averne mai visti così tanti neppure nel Paese dei balocchi in “Pinocchio”. Inoltre ho capito che il vero Paese dei balocchi è quello dei dentisti perché nessun bambino della fondazione è sprovvisto di carie, dato il largo consumo di carboidrati nella cucina andina e il perpetuo consumo di alimenti zuccherini. Tutti i bambini amano i dolci, questo si sa, però qui si può percepire la forte passione per tutto ciò che di dolce può essere succhiato. Sembra che i bambini non mangino la vita, la succhino lentamente come se dovessero approfittare del veloce trascorrere della loro infanzia. Non è difficile, difatti, vedere adolescenti già padri e madri di nuove vite, non è difficile avere la stessa età dei genitori di qualcuno dei centocinquanta bambini che frequentano l’oratorio della fondazione. Per questo per mesi mi hanno posto sempre le stesse domande, quale fosse il mio genere d’appartenenza e se avessi figli. Solo a Quito ho potuto incontrare qualche donna con i capelli corti, ad Ambato l’ espressione dei generi è molto più visibilmente marcata ed i capelli corti sono prerogativa assolutamente maschile.

“Machista” è una parola frequente, in molti la usano per fare una grossolana descrizione della cultura ecuadoriana, anche chi non è potuto andare a scuola sa usarla con consapevolezza. Questo aspetto sociale è visibile nelle dinamiche tra bambini maggiormente nel gioco. Il punto è che, non solo molto spesso le bambine non possono giocare a determinati giochi perché sono femmine ed in quanto tali non possono giocare ai giochi dei maschi. Le bambine non possono giocare perché la pratica dell’ “apostado”, della posta/scommessa, è molto diffusa e scommettere per una donna è spesso considerato disonorevole e fuori luogo. Inoltre l’apostado non permette un gioco democratico e meritocratico, bensì elitario. Chi ha i venticinque centesimi di dollaro può giocare, chi non li ha può rischiare di indebitarsi in caso di sconfitta, chi è troppo indebitato o non vuole rischiare di perdere i soldi per il bonice (famoso ghiacciolo venduto in bustine di plastica dagli ambulanti) può stare a guardare, anche se è il padrone del pallone. Dinamica molto lontana dai miei vicoli di borgo dove il proprietario del Supersantos era direttamente capitano di diritto.

Per questi due motivi è nata l’idea di un campionato calcistico regolare, che tende a far emergere le particolarità morali e sportive dei bambini, indipendentemente dal loro genere e dalle monetine che hanno in tasca.

Così da qualche mese le assillanti domande sono diventate in ordine di frequenza:

-Quando gioca la mia squadra?

-Mi presti il pallone?

– Chi è Maradona?

-Farai il corso di calcio nelle colonie estive?

Inutile dire che il corso è stato fatto e che per cinque minuti in vita mia mi sono sentita un pochino Sven Goran Erikkson nella stagione calcistica 1999/2000.

Samantha Malandrucco

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