Il cielo grigio del Ruanda

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Ci sono giorni in cui è più difficile. Il cielo è grigio e da qualche parte già piove. Se mi fermo un attimo a pensare a tutto quello che si potrebbe e dovrebbe fare mi si annoda lo stomaco.

È un mese che sono arrivata in Ruanda ed è un mese che mi sveglio prestissimo tutti i giorni con la fronte leggermente velata di sudore e un lieve senso di agitazione. È un sottofondo. Dei giorni quasi impercettibile, ma sempre presente. Mi devo alzare, mi devo attivare e devo produrre qualcosa. Ho il dovere di fare la mia parte. Ma basta quella? Ho un compito mi dico e devo attenermi a quello altrimenti rischio il cortocircuito.

Non posso pretendere di aver già capito tutto dopo un mese. Ripetermi di continuo tutto questo però non basta a svegliarmi la mattina con la leggerezza nel cuore. Non ancora almeno. Le ingiustizie mi hanno sempre toccata nel profondo ma qui è diverso. Qui ci sei dentro. È un bombardamento continuo e silenzioso di stimoli.

Abito nei quartieri “alti” ma bastano 15 minuti a piedi su strada sterrata e mi ritrovo catapultata in un’altra dimensione dove le case senza porte o finestre sono ancora fatte con mattoni di fango. Tanti, troppi bambini ovunque che mi girano intorno. All’inizio li contavo. Adesso non lo faccio più. Mi guardano, mi osservano curiosi, tutti con un sorriso sconvolgente che puntualmente mi cambia la giornata. Risate contagiose che mi accompagnano fino a sera.gaiamat2

Un nuovo sottofondo, una nuova musica con cui mi addormento ogni notte.

E poi si ricomincia. Un altro giorno, un altro giro sulle montagne russe delle emozioni.

Gaia Mataloni, Casco Bianco con Amahoro, in Ruanda.

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