08/06/2019. Un viaggio alla scoperta di Cumpanamà

07/06/2019, ore 11.35. Un bambino chiamato Nano e il suo compagno-capo chauffeur mi raccattano alle porte del “paradero” dell’agenzia Kumpanama e inizia il nostro tormentato viaggio verso Balsapuerto, con un vecchio e rumoroso pick up verde e nella mente la frase premonitrice del vecchio titolare dell’agenzia: “Este carro no llega a Balsapuerto!”.

La compagnia della pietra però parte lo stesso. Io, meglio conosciuto dai miei compagni di viaggio come Mr. How How are You, in cabina, di fianco il mio chauffeur Cabrera, dietro sul bagagliaio il Nano, insieme a tutta una serie di merci varie caricate con la sua forza bruta di un bambino di 10 anni scarsi, dai mattoni forati ai sacchi di riso e cemento, dai tubi in plastica alle casse di birra Cristal. Il vecchio autocarro sfreccia lungo la carretera Yurimaguas – Balsapuerto – Moyobamba in costruzione, ovviamente non cementata e piena di buche. I freni funzionano il giusto e gli ammortizzatori meno, tant’é che a metà del viaggio, mentre Cabrera all’ennesima buca urla al Nano: “Nanoooooo, amárraleeee!”, il pick up decide di abbandonarci. Da quel che ne posso capire io di macchine qualcosa tra il semiasse e la ruota sinistra non ha funzionato e la relazione si è rotta.

Ronzinante, il pick up tutto storto

Ormai, dopo alcuni mesi in selva, mi viene solo da ridere, quindi scendo dalla macchina e aspettiamo un autocarro nuovo di zecca per arrivare a Balsapuerto e ultimare la consegna, il Nano mangiando un Tuyo e io e Cabrera brindando con un bicchiere di birra a questo momento di comunione indotto dal caso. Partiamo dopo appena mezzora, ma questa volta è la volta buona. Si aprono davanti ai miei occhi decine di case in legno delle varie comunità, pezzi di fiume, enormi alberi verde selva e, purtroppo, le prime piantagioni di papaya. Ascoltando cumbia arriviamo finalmente a Balsapuerto alle 16. 30 circa, appena qualche ora dopo l’arrivo previsto.

#alba

Balsapuerto pare riunirsi intorno a una piazza con al centro una copia della famosa Piedra de Cumpanamà, luogo di maggiore interesse turistico della zona insieme alle Cascate di San Lorenzo. Quando arrivo il tempo non è clemente: è appena iniziata una di quelle piogge torrenziali ed improvvise a cui l’Amazzonia mi ha abituato. Le vie sono semideserte: ci sono praticamente solo io col mio poncho impermeabile che girovago alla ricerca di un negozio dove comprare qualcosa da mangiare e di un ostello dove passare la notte. Finalmente, dopo una decina di minuti a girare, incontro una signora di Lima, un’impiegata statale che lavora con progetti di sviluppo. Sarà lei a condurmi presso la Casa Dona Susy, raccomandandomi di comprarmi del cibo perché: “Se mangi quello che mangiano loro poi ti senti male”. Quello del cibo pare essere una delle sue preoccupazioni principali, tanto grande da trasformarsi a tratti in una qualche forma di razzismo basata su anni di centralismo e cultura del pregiudizio. Latte e avena si rivela essere il suo cibo di sussistenza per il lavoro di campo, tuttavia non credo abbia mai provato la cucina del luogo. Dopo due giorni posso dirvi però con certezza che il mio riso vegetariano con uovo e platano fritto della sera non ha avuto alcuna ripercussione sulla mia salute, se non quella di prepararmi alla lunga camminata del giorno seguente. Parlare con la signora è stato in ogni caso un’esperienza interessante. Lei mi ha messo in contatto con la guida Shawi che mi ha accompagnato fino alla pietra, mostrandosi a modo suo molto premurosa.

Era canoa, ora è ponte #recycling #unanuevavida

Si è preoccupata di venire con me a cercare la guida perché non si approfittassero del mio essere Gringo e nel percorso mi ha rimpinzato di luoghi comuni sul popolo Shawi, che costituisce la maggior parte della comunità di Balsapuerto. Mi ha parlato dell’esperienza dei bagni costruiti dallo stato e del fatto che la comunità non vuole usarli, del loro cibo che fa male, di un progetto di ecoturismo iniziato con una casa campione e finito poco dopo perché questi nativi sono abituati a voler vedere soldi facili e conducono una vita molto oziosa, dei bambini in stato di malnutrizione, di una signora che voleva venderle un figlio affinché lo portasse a Lima, della loro scarsa voglia di seguire i modelli di sviluppo di cui lei, lavoratrice da più di 4000 soles al mese, era portatrice sana.

Mi ha raccontato insomma a modo suo dell’esperienza di contatto tra i coloni che occupano il centro fisico della città di Balsapuerto e le comunità Shawi più vicine, quelle che circondano la piazza della città. Peccato che il giorno dopo avrei visto tutta una serie di comunità che mi avrebbero dato tanto da pensare.

08/06/2019. Ore 5.45. Eduardo, un signore Shawi in calzoncini, maglietta e machete, mi viene a prendere in albergo, come avevamo pattuito il giorno precedente.  C’è luce e non si vede l’alba, coperta dalle montagne, almeno fino a quando non ci inoltriamo nella selva.

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Passiamo per varie chacras e lungo la via, oltre alla calma, ai rumori della natura e a quelli di qualche prodigo lavoratore, noto piantagioni di papaya tutte in fila. La carretera Yurimaguas – Balsapuerto – Moyobamba è al centro di varie contestazioni perché rappresenta una delle grandi opere che il governo peruviano in accordo con differenti gruppi economici ha in serbo per questa parte di selva, , insieme all’Hidrovia Amazonica e al Puerto Internacional. Il manifesto è sempre lo stesso e pone al centro lo sviluppo con la S maiuscola. La papaya, insieme alla palma da olio, alle miniere e all’estrazione di petrolio, rappresenta una delle grandi piaghe che affliggono il Perù. Ettari e ettari di bosco distrutti e di legname venduto a prezzi stracciati fanno posto a migliaia di piante tutte uguali, con i loro frutti verdi pendenti.

Piantagioni di papaya

Un signore a Yurimaguas si lascia sfuggire persino che dietro la papaya ci possa essere il narcotraffico e che quelle alte piante in realtà servano a coprire le piantagioni di coca. Al di là di queste supposizioni provo a chiedere qualcosa ad Eduardo, la mia guida, che col suo spagnolo arrancato mi spiega di come siano principalmente i coloni ad aver dato in concessione quei terreni, senza preoccuparsi dell’impatto che quel tipo di agricoltura ha sul territorio dopo gli anni in affitto. Ci tiene a dirmi inoltre che loro come Shawi non vogliono che questo accada, che sentono loro la proprietà della terra e per questo non hanno intenzione di rovinarla. Non so fino a che punto credergli per evitare di cadere banalmente nel mito del buon selvaggio; certo è che quelle piante messe lì, tutte in ordine, hanno qualcosa di molesto anche per i miei occhi.

Ore 6.45, la selva si dirada e giungiamo lungo le rive del rio Cachiyacu, che in estate si trasforma in uno spettacolo bellissimo, fatto di acqua cristallina, una lunghissima spiaggia di sabbia e tanti alberi da sfondo. Mi pare di essere arrivato al mare, così mi tolgo le scarpe e cammino a piedi nudi sulla sabbia fino a quando non incrociamo il punto in cui attraversare il fiume.

Rio Cachiyacu

Di fronte a noi la comunità di Puerto Libre, punto di ingresso per il cammino che conduce alla Pietra di Cumpanamà. Eduardo mi indica con un dito la “quebrada” che dobbiamo risalire e mi racconta di come il percorso che porta alla pietra ti consenta più volte di passare attraverso l’acqua per lavarti dalle impurità prima di arrivare a quel masso sacro carico di mistero. Al torrente Achayacu il duro compito di riuscire in questa impresa di purificazione.

#cruzandolaquebradaAchayacu

Una canoa ci conduce dall’altra parte del fiume e inizia il viaggio, fatto di varie salite. Il percorso è una meraviglia e il cammino è abbastanza libero. Eduardo dice che in questo periodo iniziano le visite e che i 10 soles che vengono pagati alla comunità servono proprio a tenere libero il passaggio.

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Gli unici rumori che ci accompagnano sono ronzio di api, versi di volatili vari, una scimmia che attenta alla nostra vita tirandoci qualcosa dagli alberi e l’acqua limpida del fiume che scorre. La mia guida sembra più felice di me, forse perché mi vede abbastanza rilassato e propenso a qualsiasi tipo di esperienza. Per cinque o sei volte entro nel fiume con tutte le scarpe e i pantaloni e i miei piedi riscaldati dal cammino per un momento sembrano trovare la pace, sebbene il tratto successivo come si può immaginare sia fatto di scarpe fradice e passi alla Donald Duck. Le strade in salita hanno dei terrazzamenti simili a gradini, a testimonianza del fatto che il grado di popolarità di questo percorso turistico stia crescendo da quando una piccola agenzia turistica in Balsapuerto se ne occupa. Mentre Eduardo fa strada potando i rami in più col suo machete  incontriamo un tratto di terra vicino al fiume pieno di colorate Dentrobatidee, meglio conosciute come Poison Arrow Frog, velenose rane multicolor chiamate rane frecce perché pare che il loro veleno mortale venisse usato dai nativi per intingerci le frecce.

Poison Arrow Frog

Eddy raccoglie una cocona da farmi assaggiare e non so perché faccio finta di non averla mai provata. Pare un frutto a metà tra un pomodoro e un limone, molto acido, che non mi ha mai entusiasmato fino in fondo rispetto alla vasta gamma di frutta che offre l’Amazzonia, però credo che inconsciamente mostrando stupore volessi ringraziarlo di condividere con me l’intera esperienza.

Ore 9.00 circa. Il cammino si fa dritto, la selva pare diradarsi e si intravede un luogo molto luminoso in lontananza: nascosta in quel fascio di luce c’è l’enorme pietra che stavamo cercando. Sembra l’inizio di un racconto magico, invece è proprio quello che succede. Come sottofondo lo scroscio dell’acqua delle due cascate situate nelle vicinanze, che per la loro forma pare siano state ribattezzate Velo di Vedova e Le due Sorelle.

Cascata Velo di Vedova

Circondate da alberi molto alti la Pietra di Cumpanamà in tutto il suo splendore, ricoperta di luce e con i suoi strani petroglifi. Eduardo mi racconta quello che credo possa essere un mito Shawi ma il nostro spagnolo non è dei migliori quindi capisco poco, se non che Cumpanamà è una sorta di uomo-dio e che nella cosmovisione Shawi quella pietra pare abbia avuto origine dal suo stesso corpo, sfinito dopo una lunga lotta con un’enorme aquila che minacciava i vari “pueblos”. Dopo questa narrazione mi racconta di come un uomo Shawi un giorno abbia scoperto l’esistenza di quella pietra, talmente ricoperta da alberi e rami da risultare invisibile, grazie ad un rombo di tuono spaventoso nella notte seguito da un enorme incendio che illuminava tutto il bosco, segnando il cammino verso quel luogo sacro.

La piedra de Cumpanamà

“Esta piedra tiene poder!”, mi dice. Io a modo mio ci credo e tra me e me penso: “Chissà non diventi uno strumento di lotta ai Papayeros! Chissà che il suo potere non sia così tanto forte!”

I racconti sono interessanti, mentre condivido con lui delle mele che avevo comprato per il viaggio, ma nulla sa dirmi a proposito dei petroglifi, se non che rappresentano persone o animali. In effetti la sua conoscenza si limita a una cosmovisione di cui si stanno perdendo le tracce orali, visto il continuo contatto con ONG ed enti vari e l’arrivo ormai in zona di vari studiosi. La pietra tuttavia continua ad essere un mistero per storici ed archeologi e con essa i suoi glifi.Glifo aimalesco

Gustavo, un signore di Yurimaguas, mi racconta alcune teorie riguardo a quel masso, parlandomi del ritrovamento di oggetti misteriosi e storicamente fuori contesto che lasciano pensare a un punto di contatto tra culture. L’altra teoria è quella della migrazione, che fa di Cumpanamà una delle pietre sacre presenti in vari continenti a testimonianza del processo migratorio di antichi uomini. La terza ed ultima teoria invece è certamente la più bizzarra e affascinante; racconta di una mappa che conduce alla mitica città di El Dorado e che Cumpanama coi suoi strani petroglifi sia proprio quella mappa, una specie di ponte per giungere alla mitica città dell’oro.

Qualunque sia la risposta che una persona voglia darsi a queste domande e Il mio amico Daniele in una vita passataqualunque siano le immagini che si vogliono vedere nei glifi, compreso la faccia bizzarra di un tuo amico arrabbiato in una delle sue vite precedenti, la pietra di Cumpanamà è una meraviglia per gli occhi e il luogo che la ospita trasuda fascino e mistero.

Dopo la scoperta nel 1997 ad opera del geologo José Sanchez Izquierdo, milioni di persone ne sono rimaste affascinate e hanno improvvisato come già detto le più svariate teorie. L’archeologo Santiago Rivas della Direccion Regional de Cultura de Loreto si è incaricato degli studi, che proseguono da ormai molti anni. In questo tempo sono stati identificati più di 25 petroglifi e molti studiosi sono concordi nel riferire che lo studio stilistico dei disegni pare rimandi a una civiltà vecchia di almeno 1000 anni, ma della cui cultura non si sa nulla. Tutta una serie di elementi fuori contesto infatti impediscono di associare i glifi di questa pietra ad altri ritrovamenti avvenuti in Amazzonia.Un barbagianni o forse Rossella, chissà.

Quello di cui pare essere certo Rivas è che quel masso rappresenti un centro cerimoniale intorno al quale le persone si riunivano per fabbricare asce di pietra, probabilmente il più antico della selva nord peruviana. Come spiega in un’intervista: “Por su compleijdad aun no podemos descifrar el petroglifo de Cumpanama. Pero cuando lo hagamos, podremos conocer qual fue la relacion que tenian estos antiguos hombres con su medioambiente. Eso serà una ensenanza para todos nosotros”.

Io nel frattempo mi svesto di tutto tranne che delle scarpe ormai fradice e approfitto di una mezzoretta di defaticamento per bagnarmi nell’acqua delle piccole cascate che si nascondono appena dietro la pietra, le cosiddette Due Sorelle.

Le due Sorelle

Mi sembra quasi di rinascere sotto quel getto di acqua fredda che mi cade lentamente addosso. Eduardo lotta con un granchio di fiume che sarà parte del suo pranzo poi, nascosto sotto una pietra del torrente Achayacu. Alla mia domanda su cosa stesse facendo, alza la mano dall’acqua con il suo “apangura” appena conquistato e mormora qualcosa. Gli chiedo di tradurmi in spagnolo, mi risponde che stava ringraziando il fiume. Questa volta mi sento costretto a rifiutare l’invito di condivisione, ma a quanto pare non mancheranno altri momenti nel nostro viaggio. Il percorso di ritorno è molto più duro e facciamo due soste in cui ciucciamo lo zucchero presente nei fiori di un platano ribaltato dal vento. Poi una lunga sosta, di nuovo a Puerto Libre, accolti da una famiglia Shawi.

Per la prima volta in vita mia bevo il masato, una bevanda a base di yuca (manioca) fermentata che pare essere la principale fonte di nutrimento della zona.  Non saprei come definirlo, se non inebriante. Non volevo risultare sgarbato nei confronti del mio nuovo amico Eduardo e di quella famiglia, ma posso dirvi che il mio stomaco ne ha pagato le conseguenze un paio di giorni dopo. In ogni caso lì per lì mi sentivo sereno. Quella lingua strana mi cullava mentre bevevo dalla ciotola di ceramica, ipnotizzato dall’abbigliamento della signora Shawi, che ancora si mostra pieno di colori e conserva dei tratti identitari, a differenza dell’abbigliamento maschile. Eduardo mi traduce nel suo spagnolo i lamenti della donna, che racconta la reazione della gente al sisma di otto gradi che di recente ha colpito la selva nord con epicentro in Lagunas. Mi dice che nei suoi ricordi aveva vissuto qualcosa di simile all’età di dieci anni, circa sessanta anni fa, e che la natura sta cercando di dirci di nuovo qualcosa, oggi come allora. Non so se abbia ragione, nell’anno di Greta Thunberg, della COP25 e dell’emergenza climatica mainstream, ma avevo l’impressione di poter toccare con mano la loro paura. Sono una persona non molto propensa a credere in una qualche divinità o ente superiore, ma quel sentimento mi sembrava così evidente che alla fine non ho potuto far altro che restare seduto e unirmi a loro, in silenzio, nella speranza che le mie energie contribuissero ad arrestare quel tremore.

Mi è sembrato ancora una volta l’unico modo giusto per dire grazie.

Andrea, Casco Bianco con FOCSIV in Perù

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